Orgoglio di mamma

Un triste atteggiamento di alcuni genitori in cui mi sono spesso imbattuta è quello di sovrastimare i propri figli, o peggio, esaltarne le capacità confrontandoli con bambini della stessa età, e di fronte a loro. Notare qualche caratteristica speciale nei propri bambini, gioire dei loro piccoli successi quotidiani, esaltarsi quando usano nuove parole con grande padronanza è del tutto naturale e fa parte dell’essere genitore, ma dovrebbe essere un riflesso della soddisfazione che i bambini hanno nel compiere quelle azioni. Glorificarli per qualsiasi cosa o sottolineare che Gina o Pino riescono a farla meglio degli altri rischia di innescare un meccanismo di aspettativa che vincola i bambini al giudizio dell’adulto. Un genitore dovrebbe amare e accettare il proprio figlio per ciò che effettivamente è, anche e soprattutto nei suoi limiti.

Vi racconto una storia.

Un post in un blog femminile è scritto da una madre che si dice orgogliosa di un figlio che tutte le mamme vorrebbero: educato, intelligente e sensibile. Poi aggiunge un elenco di competenze raggiunte dall’appena quattrenne, tra cui: leggere, scrivere, riconoscere le doppie, contare fino a duecentosessanta, fare addizioni e sottrazioni… Segue la richiesta di un consiglio sull’iscrizione anticipata alla primaria e poi la domanda: “E i vostri figli a che punto sono?”.

Ora io sono solo una mamma e non voglio entrare nel merito di sapere in che modalità queste capacità vengano acquisite da bambini così piccoli, anche se la mia mente non può non fantasticare sulla peggiore delle ipotesi, immaginando scene domestiche in stile Dolores Umbridge corredate da catene visibili o invisibili, dolcetti glassati per premiare i successi e lacrimuccia con broncio in caso di errore (“che prima ti veniva così bene a mamma!”) o, nella migliore delle ipotesi, questi talenti nascono spontanei ma seguono poi esami pubblici davanti a parenti, panettieri e gente a caso in coda alle poste… E se un bambino è davvero educato e sensibile non può negarsi a questo show. Ma una madre così orgogliosa percepisce l’intelligenza del figlio attraverso le competenze che lui ha già raggiunto rispetto ad altri bambini della stessa età. Confronta e giudica.

La ciliegina sulla torta che mette in prospettiva tutto, in questa storia, è la domanda finale: “I vostri a che punto sono?”. E nelle risposte si scatenano le altre mamme. C’è chi critica: “ma chi te l’ha detto che vorrei un figlio come il tuo?”, chi: “il mio non sarà mai primo della classe ma è un calciatore nato”, chi elenca competenze ancor più ampie di bambini ancor più piccoli, pochi comprendono che forse quella mamma non si è espressa bene. Polemiche, competizione, giudizio. Il fatto che i bambini abbiano delle curiosità e vogliano imparare è sano e va assecondato (vedi l’articolo Leggere e scrivere a 5 anni. Ansie e dubbi di mamme e bambini.) ma leggere, scrivere, contare a quattro anni dovrebbero essere ancora un gioco che i bambini possono fare quotidianamente con i genitori se ne sentono la necessità (leggere le insegne per strada o il nome sull’armadietto, scrivere il proprio nome o quello del fratellino, riconoscere i numeri dell’ascensore o dell’autobus) e non la discriminante per pianificare un futuro di rinunce e stress.

L’infanzia è un soffio, perché sovraccaricarla di didattica da banco, di dimostrazioni di un apprendimento precoce? Perché farsi tutti questi problemi e non considerare i nostri figli da altri punti di vista? Perché prendere tutto così sul serio?

Nel mio caso l’unica risposta che posso immaginare è: mia figlia, di quasi tre anni, si mangia le caccole ma riconosce il convolvolo, i cervi volanti e distingue le ruspe dagli escavatori, perché lungo la strada dalla spiaggia le descrivevo ogni cosa intorno a noi, per non sentire la stanchezza nel sorreggere suoi 15 chili sotto il sole di luglio e per sentirmelo raccontare da lei il giorno dopo. Mia figlia, appena finita la colazione, chiede cosa c’è per pranzo, ma quando ha un pacchetto di grissini ne distribuisce uno a tutti, anche al gatto Minnie. Sa contare fino a dieci perché questo è il numero di lamponi che riesce a mettere sulle dita delle mani prima di papparseli. Da grande vuole imparare il tedesco perché così capisce bene cosa dice Papageno a Papagena. Mia figlia scoreggia come un camionista e conosce il mito di Cassiopea (che lei chiama Cassopiea) perché il papà le ha messo le stelline luminose a formare costellazioni sul soffitto e ha voluto conoscerne le storie. Perché la nostra vita è fatta di parole e di racconti, di voci e di suoni, di immagini e di segni che hanno ancora un sapore magico e misterioso.

Per rispondere con poche parole alla domanda della signora della storia: mia figlia è a metà strada tra la gioia e la felicità e per noi sono le uniche cose che contano.

 

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