Leggere e scrivere a 5 anni. Ansie e dubbi di mamme e bambini.

Una mamma oggi mi ha sottoposto quello che la sua famiglia sta vivendo come un problema. Il primogenito di 5 anni e mezzo si sente frustrato perché dovrà passare un altro anno alla scuola dell’infanzia mentre i suoi amici poco più grandi di lui andranno alla primaria. Il suo disagio si traduce nell’ossessivo bisogno di dimostrare che lui sa leggere e scrivere meglio di chi andrà alle elementari. Queste attività non gli sono state imposte, le ha sviluppate quasi in autonomia negli ultimi mesi. Il suo cambiamento repentino ha spiazzato la mamma che, consultando anche la suocera ex maestra elementare, ha il timore che nei prossimi due anni (l’ultimo di materna e il primo di elementari) si annoierà e potrebbe sviluppare comportamenti insofferenti nei confronti di compagni e insegnanti.

Leggendo alcuni articoli e libri sull’argomento ho riscontrato che gli esperti del settore (insegnanti, educatori, scrittori) sono quasi tutti dell’idea che la curiosità naturale del bambino nei confronti dei segni grafici, il desiderio di decodificarli e l’istinto di imitazione dei più grandi, non vadano repressi. La scuola dell’infanzia dovrebbe però favorire le attività che sviluppano la manualità fine, senza passare troppo tempo su schede al banco, educando il bambino all’ascolto e all’esplorazione dello spazio e delle sue linee con tutto il corpo, più che al pregrafismo.

Dal mio punto di vista il bambino in questione sta vivendo male il cambiamento della nuova scuola, il fatto di ritrovarsi non più solo con i coetanei ma in una classe mista (per sorteggio collocata proprio in quella che era dei piccoli) ha contribuito a fargli percepire una situazione di regresso. Però. Chi gliel’ha detto a lui come sarà la nuova classe? E soprattutto come l’ha fatto, su quali aspetti ha posto l’attenzione? La famiglia posta di fronte al cambiamento ne ha cercato i lati positivi? Il bambino potrebbe essere responsabilizzato, aiutando gli altri in piccoli compiti (accoglienza, orientamento), ci saranno sempre laboratori in cui i gruppi di età verranno rispettati e soprattutto le attività da svolgere saranno tante e nuove.

Cosa possiamo fare per i nostri figli quando la nostra perplessità si trasforma nella loro ansia?

Quello che conta è la fiducia che scegliamo di dare agli educatori. La fiducia ci può essere solo tra persone che si rispettano. E il rispetto nasce con la conoscenza. La mamma che oggi è venuta a esprimere le sue preoccupazioni dovrebbe, come le ho consigliato, parlare con la maestra, spiegarle questa situazione e cercare con lei un modo per alleviare l’ansia prestazionale del figlio.

La lettura autonoma e la scrittura dovrebbero rappresentare una conquista personale per il bambino, a prescindere da ciò che i coetanei sanno già fare. Ma l’ambito sociale (sia interpersonale che mediatico) se non è vissuto con equilibrio e serenità, può creare delle aspettative errate anche in giovanissima età. Il fatto di imparare qualcosa insieme dovrebbe favorirne l’apprendimento e non scatenare gelosia o competizione. Ben vengano allora attività di cooperazione, giochi collaborativi, in cui è la squadra a lavorare insieme per il raggiungimento di uno scopo. Ogni membro guarderà sé stesso e gli altri come risorse complementari che, se ben organizzate, possono portare grandi risultati.

L’ultima riflessione la voglio fare su ciò che i bambini potrebbero imparare tra i 3 e i 5 anni e che è importante almeno quanto leggere e scrivere:

  • Aspettare il proprio turno: la pazienza, il rispetto dei tempi degli altri;
  • Allacciarsi le scarpe: l’autonomia, la manualità fine;
  • Assaggiare cibi e bevande nuovi: superare le diffidenze, scoperta;
  • Ascoltare una storia: concentrazione, sviluppo del linguaggio;
  • Riconoscere le emozioni;
  • Condividere giochi e materiali;
  • Riordinare i giochi dopo averli usati: sicurezza, ritmo;
  • Passare dal gioco affiancato a quello di gruppo: socializzare, spirito di squadra, imparare a perdere.

Francesca Calovolo

illustrazione di Rebecca Cobb.

 

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